La Messa per i defunti ha sempre rappresentato una sfida per i compositori di ogni epoca, attratti dalla pregnanza dei testi come dalla drammaticità dell’evento. Johann Adolph Hasse, musicista amburghese che fece dell’Italia la sua patria adottiva, ci ha lasciato molti melodrammi, oltre a concerti e alcuni brani sacri. Tra questi figura il Requiem per soli, coro e orchestra in Si bemolle maggiore, pagina che traduce nei termini di un Settecento ancora galante i contenuti espressivi di un testo che di lì a non molto avrebbe prodotto le versioni decisamente più tragiche di Johann Michael Haydn o di François Gossec, per non dire di Mozart, volendo rimanere nel secolo dei lumi. Non è conosciuta l’occasione per la quale Hasse compose questo breve Requiem, che è databile presumibilmente tra il 1750 e il 1760 e che precede altri più impegnativi Requiem del medesimo autore. A conferire all’opera un tono non particolarmente cupo contribuisce l’assenza della sequenza Dies irae, abitualmente la pagina più fosca all’interno dei Requiem musicali, mentre è degna di nota la presenza di occasionali citazioni di melodie gregoriane in stile di canto fermo, circostanza piuttosto sorprendente nella seconda metà del Settecento. Molto interessante è l’Agnus Dei, concepito come un’aria per soprano in cui pare rivelarsi la felice penna, all’epoca apprezzatissima, del rinomato autore di melodrammi di grande successo. Torniamo nel romanticismo germanico con il Pange lingua, antico inno eucaristico messo in musica da Bruckner in forma di sobrio mottetto polifonico in stile a cappella, come la precedente Ave Maria. Segue un altro conosciutissimo mottetto a cappella, il toccante Locus iste che Bruckner compose nel 1869 per la consacrazione della cappella votiva della cattedrale di Linz: una piccola gemma di commovente candore che rivela l’intima profondità spirituale dell’ispirazione del musicista austriaco. In conclusione ascoltiamo due impegnativi brani di Johannes Brahms, autore che ha dedicato non poche energie alla musica corale e sinfonico-corale, a cominciare dallo straordinario Requiem, in un’epoca in cui tale genere musicale non era certo fra i più coltivati, almeno fra i compositori di prima grandezza. Il suo Geistliches Lied (Canzone spirituale) op. 30 fu composto nel 1856 in forma di canone doppio (i tenori imitano i soprani, i bassi i contralti), come esercizio privato di contrappunto. Destinato a un coro a 4 voci con accompagnamento organistico o pianistico, rivela effettivamente la maestria dell’autore, profondo conoscitore della polifonia rinascimentale, ma anche dell’opera bachiana e haendeliana, per lungo tempo direttore di coro nella natìa Amburgo e poi a Vienna, dove si sarebbe stabilito a partire dal 1863. Il testo del brano, dello scrittore barocco tedesco Paul Flemming, è un’ode che esprime la fiducia, ben riposta, del credente in Dio. Lo Schicksalslied (Canzone del destino) op. 54 rappresenta un vertice della produzione corale romantica. Fu composto tra il 1868 e il 1871 per coro a 4 voci e orchestra su testo di Friedrich Hölderlin, fra i massimi poeti tedeschi vissuti tra Sette e Ottocento. La prima parte del brano in tempo Adagio esprime lo stupore per la visione celestiale degli spiriti beati per i quali non esiste un destino, ma solo una «stiller ewiger Klarheit» (placida eterna chiarità). Tutt’altro clima si respira nella sezione successiva che inizia con le parole «Doch uns ist gegeben auf keiner Stätte zu ruh’n» (Ma a noi è dato in nessun luogo trovar pace), che esprime l’amara consapevolezza della caducità della vita terrestre, segnata dal destino inesorabile. L’andamento agitato, la dinamica in forte, il moto incessante di crome che disegnano arpeggi, scale e progressioni affidati alla massa compatta degli archi, cui contrappuntano i potenti accordi dei fiati e le esclamazioni del coro, rese affannose da un serrato gioco di brevi accordi separati da pause cariche di tensione, sembra trovare una qualche pace solo verso la fine. Brahms meditò in effetti a lungo su come dovesse terminare il brano e, dopo aver seguito il consiglio di Hermann Levi (che ne avrebbe poi diretto la prima esecuzione), decise di chiudere con un lungo postludio orchestrale che echeggia chiaramente il preludio iniziale e che pare rappresentare un approdo di accettazione della condizione umana.